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Studio Legale Silvestri | amministratore

23 Maggio 2018, Auditorium del Gestore dei Servizi Energetici, Roma – Viale Maresciallo Pilsudski n. 92 – “Le responsabilità e le tutele degli apicali”

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Lo studio Legale Silvestri, segnala un’altra interessante iniziativa del Centro Studi Responsabilità e Tutele organizzata congiuntamente ad ANDAF, l’Associazione Nazionale dei Direttori Amministrativi e Finanziari .

Il 23 Maggio a Roma presso l’auditorium di G.S.E. si terrà un evento focalizzato sulla prevenzione e il contenimento dei rischi connessi all’attività di impresa e professionale in genere, valutando le possibili tutele da adottare in via preventiva – con effetto segregativo – di protezione anche del proprio patrimonio. Si tratta di un tema trasversale che interessa molte categorie di soggetti.

Le tematiche, presentante e moderate dal Dott. Roberto Mannozzi, Presidente Nazionale di ANDAF, e dal Dott. Marco Cerù, Presidente della Sezione Centro-Sud di ANDAF, saranno approfondite dal Prof. Paolo Bertoli, Presidente di Widar Eurofid S.p.A., dall’Avv. Serena Silvestri, Name Partner dello Studio Legale Silvestri e socia del Centro Studi R.T., dall’Avv. Elena Iembo, Name Partner dello Studio Legale Iembo e socia del Centro Studi R.T., dalla Dott.ssa Maria Rosaria Leccese, Name Partner dello Studio Legale Leccese e socia del Centro Studi R.T.

A seguire il programma completo dell’evento e le indicazioni per potersi iscrivere: programma-evento-23-maggio

Roma, 5 Febbraio 2018, – Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners e Federmenager presentano “La cessazione del rapporto del dirigente apicale”

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Il 5 Febbraio l’Avv. Serena Silvestri sarà i tra i relatori del convegno organizzato da Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners e Federmenager  in tema “La cessazione del rapporto del dirigente apicale”.

L’intervento dell’Avvocato verterà sul rischio penale nelle imprese e sull’impatto della responsabilità penale sul rapporto lavorativo che lega il dirigente all’azienda.

La relazione approfondirà il coinvolgimento delle problematiche penali nella gestione quotidiana delle attività lavorative dei dirigenti al fine di comprendere il motivo per cui l’interesse del singolo si risvegli, spesso, solo dopo il verificarsi di accadimenti criminosi.

L’Avvocato Silvestri cercherà di confrontarsi con i numerosi apicali presenti al Convegno per rappresentare come il diritto penale potrebbe essere, invece, un validissimo strumento per prevenire il c.d. “rischio-reato” e, conseguentemente, per mantenere un sano e duraturo rapporto professionale.

Per prenotarsi all’evento è necessario inviare la richiesta di iscrizione all’indirizzo email che compare nella locandina allegata.

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Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 13072/2017: il bilancio mendace non può integrare la condotta di bancarotta fraudolenta documentale

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La condotta del reato di bancarotta fraudolenta documentale non può avere ad oggetto il bilancio mendace poiché secondo la Suprema Corte di Cassazione non si tratterebbe né di un “libro” né di una “scrittura contabile” così come invece postulato espressamente dall’art. 216, I comma n. 2 della legge fallimentare.

In effetti, nel caso de quo l’imputato era stato condannato sia dal Giudice di primo grado che dalla Corte d’Appello per bancarotta fraudolenta documentale poiché, quale amministratore unico di una società fallita, aveva reso impossibile la ricostruzione del patrimonio societario attraverso la redazione di un bilancio d’esercizio falso.

La Suprema Corte era poi stata investita della questione dal ricorso dell’imputato che invocava la nullità della sentenza di secondo grado per vizio di motivazione in merito alla richiesta che era stata avanzata ai giudicanti di riqualificare il fatto contestato come falso in bilancio e non bancarotta fraudolenta documentale e di dimostrare, di conseguenza, che quanto posto in essere dal reo fosse stato determinante per il fallimento della società.

Gli Ermellini, accogliendo il ricorso sopra citato, il 6 marzo 2017 con la pronuncia n. 13072 hanno annullato con rinvio la sentenza emessa dalla Corte di Appello.

Secondo la Cassazione, infatti, “il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui all’art. 216 L.F. non può avere ad oggetto il bilancio, non rientrando quest’ultimo nella nozione di <libri> e <scritture contabili> prevista dalla norma di cui all’art. 216, comma 1°, n. 2. L.F., posto che l’art. 2214 c.c. – che è la norma che dà contenuto all’art. 216 L.F.- menziona, al comma 1°, tra i libri obbligatori, quello giornale e quello degli inventari, mentre, al comma 2°, le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa, da tenere in modo ordinato assieme alle lettere, alle fatture e ai telegrammi sia spediti che ricevuti. Non menziona invece il bilancio che non può certo essere fatto rientrare tra queste ultime, di natura eventuale e condizionata a differenza del bilancio. Il bilancio serve a rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria della società oltre al risultato economico, sicché è da escludere che rientri nel novero rilevante per la L. Fall., art. 216.”.

Cassazione Civile – SS. UU. – Sentenza n. 1641/2017: l’azione di responsabilità contro gli amministratori della società fallita condannati per bancarotta può essere proposta dal curatore fallimentare sia in sede civile che penale

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Con la sentenza n. 1641 del 23 gennaio 2017 gli Ermellini, nella loro composizione a Sezioni Unite, si sono recentemente pronunciati sul ricorso proposto dal curatore fallimentare di una S.r.l. avverso una pronuncia della Corte d’Appello di Milano.

I Giudici di secondo grado, nel caso di specie, dovendo valutare la domanda di risarcimento danni presentata contro gli amministratori di una società fallita, condannati per bancarotta ai sensi dell’art. 444 c.p.p. e avanzata dal suddetto curatore, avevano negato a quest’ultimo la legittimazione ad agire tanto ex art. 2393 c.c. quanto ex art. 2394 c.c., non ravvisando nelle accertate condotte criminose degli organi societari gestori alcun pregiudizio alla massa creditoria.

Il curatore fallimentare, impugnava quindi tale provvedimento innanzi alla Suprema Corte di Cassazione, deducendo – tra le varie rimostranze – la violazione degli artt. 216 e 240 della L. fall., nella parte in cui gli si riconosce espressamente la legittimazione esclusiva a costituirsi parte civile nel procedimento penale, anche contro il fallito, per i reati previsti nel titolo VI della legge fallimentare e perciò anche per la bancarotta preferenziale e precisando, proprio a riguardo, come nonostante l’ammissione della propria costituzione di parte civile nel processo penale conclusosi con la condanna per gli amministratori della società de qua, in quella stessa sede la sua domanda non aveva potuto trovare spazio, stante la regola prevista in materia di patteggiamento secondo la quale, come è noto, una volta accordato l’accesso a tale rito speciale, “se vi è costituzione di parte civile, il giudice non decide sulla relativa domanda”.

In ragione della particolare importanza del quesito, i Giudici di legittimità della III Sezione civile – investiti dal ricorso – hanno rimesso l’analisi della questione alle Sezioni Unite.

Le SS. UU., pur condividendo la premessa adottata in sede di merito secondo la quale la legittimazione del curatore ad agire in rappresentanza dei creditori è limitata alle sole azioni finalizzate alla ricostruzione del patrimonio del debitore nella sua funzione di garanzia, pervengono a ben altra conclusione, affermando, invece, l’esistenza di una doppia legittimazione ad agire in capo al curatore.

Quest’ultimo – spiega la Suprema Corte di Cassazione – può proporre l’azione di responsabilità degli amministratori agendo non solo ai sensi dell’art. 2393 c.c., norma che ha natura contrattuale e che presuppone un danno prodotto alla società da ogni illecito doloso o colposo degli amministratori per violazione di doveri imposti dalla legge e dall’atto costitutivo, ma anche ai sensi dell’art. 2394 c.c., disposizione che ha invece natura extracontrattuale e come presupposto l’insufficienza patrimoniale cagionata dall’inosservanza di obblighi di conservazione del patrimonio della società; così riconoscendo, come la sua legittimazione, pertanto, oltre ad essere duplice in quanto rappresentativa, al contempo, sia degli interessi della società che di quelli dei creditori, sia altresì da considerarsi unitaria, potendo essere fatta valere sia in sede penale che civile.

Cassazione Penale – Sez. III. – Sentenza n. 15449/2015 – La nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto prevista dall’art. 131 bis c.p., recentemente introdotto dal d.lgs. n. 28/2015, è retroattiva ed è quindi applicabile anche ai procedimenti in corso. Primo intervento in materia di reati tributari

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A pochi giorni dall’entrata in vigore della nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto prevista dall’art. 131 bis c.p., recentemente introdotto dal d.lgs. n. 28/2015, è già intervenuta la Suprema Corte di Cassazione che, sollecitata dalla difesa dell’imputato, ha definito i margini applicativi dell’istituto.

Ha nettamente statuito che la disciplina dell’art. 131 bis c.p. sia retroattiva e sia, quindi, applicabile anche ai procedimenti in corso.

Tuttavia, la III Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito – con la sentenza n. 15449/2015, primissima pronuncia sul punto –  che non vada estesa a quanti si siano sottratti in maniera fraudolenta al pagamento delle imposte.

Gli Ermellini hanno infatti respinto il ricorso presentato dalla difesa di un imputato che era stato condannato dalla Corte di Appello di Milano per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte previsto e punto dall’art. 11 del D.lgs. n. 74/2000.

Effettivamente era emerso che l’imputato, in veste di socio accomandatario e liquidatore di una società in accomandita semplice, aveva costituito un trust per rendere inefficace ed ostacolare la procedura di riscossione coattiva delle imposte dirette e sul valore aggiunto per un valore di circa 500.000 euro.

Attraverso la costituzione del trust, infatti, l’imputato aveva trasferito a sé stesso come trustee l’intero patrimonio attivo e passivo della s.a.s. e, dunque, disponente e trustee facevano di fatto capo alla medesima persona.

Inoltre, non solo la dichiarata finalità liquidatoria indicata nell’atto costitutivo del trust non era mai stata comunicata ai creditori sociali, ma soprattutto il trust che formalmente era stato appunto creato per soddisfare i creditori si evidenziava in tutta la sua inutilità poiché, in caso di liquidazione, i creditori avrebbero potuto trovare soddisfazione sul patrimonio sociale, nel caso in cui fosse stato sufficiente, o fare ricorso alle procedure concorsuali di tipo fallimentare, se insufficiente.

A ciò si aggiunga che nel caso di specie non vi era traccia di alcun tipo di comportamento concludente, volto ad esempio al pagamento anche parziale delle imposte.

Quindi, i giudici di merito non avevano dubitato circa la legittimità del trust, bensì avevano contestato lo scopo fraudolento della sua costituzione, rinvenendo come unica finalità dell’operazione il tentativo di sottrarre il patrimonio alla procedura coattiva.

In udienza, davanti alla Corte Cassazione, la difesa dell’imputato aveva poi richiesto che venisse applicato al caso sottoposto il nuovo articolo 131 bis del Codice Penale introdotto dal decreto legislativo n. 28 del 2015.

Il Decreto, che non contiene una disciplina transitoria, risulterebbe quindi sottoposto alla normale lettura gerarchica delle fonti in relazione ai principi generali dell’ordinamento penale, quali ad ed esempio il favor rei statuito all’art. 2, IV comma c.p.

Quindi, secondo i Supremi Giudici la nuova disposizione è applicabile anche ai procedimenti di merito in corso al momento dell’entrata in vigore della suddetta normativa.

Ma non solo.

La questione giuridica sollevata è stata ritenuta correttamente proposta anche in sede di legittimità poiché, in conformità con il disposto dell’art. 609, II comma c.p.p., la difesa dell’imputato non avrebbe potuto dedurre in appello tale richiesta dal momento che la norma è entrata in vigore solo il 2 Aprile.

Tuttavia, la Suprema Corte ricorda che per una corretta applicazione dell’art. 131 bis c.p. sia imprescindibile la verifica della sussistenza dei requisiti postulati.

Sicuramente il primo accertamento, riguarda l’entità della pena del reato che, se detentiva non deve essere superiore nel massimo a 5 anni.

Verificato il rispetto dei limiti della pena, è poi doveroso approfondire i due requisiti di merito postulati dalla norma: la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento.

In relazione al primo criterio, la Corte precisa che tale indice si articola, secondo quanto espressamente definito ed indicato dalla relazione di accompagnamento al decreto legislativo, in due sotto requisiti che sono la modalità della condotta e, in ragione della natura del reato, l’esiguità del danno o la scarsa gravità del pericolo; tali elementi devono essere valutati secondo il disposto di cui all’art. 133 c.p.

Nel caso espressamente analizzato, la fattispecie criminosa risponde certamente ai limiti di pena indicati nell’art. 131 bis, I comma c.p. ma la Suprema Corte afferma che la causa di non punibilità non sia applicabile perché non sono rinvenibili gli altri due requisiti.

Infatti, “nel provvedimento impugnato emergono plurimi dati chiaramente indicativi di un apprezzamento sulla gravità dei fatti addebitati” al ricorrente.

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