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Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 29605/2014 – Omessa comunicazione del conflitto di interessi da parte degli amministratori o dei componenti del consiglio di gestione: la natura del danno alla società ed ai terzi

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Con sentenza n. 29605 del 7 luglio 2014, la V Sezione Penale della Corte di Cassazione ha affrontato un’importante disamina dell’art. 2629-bis c.c.[1], norma aggiunta al codice civile dalla Legge n. 28 del 28.12.2005.

In particolare, la Suprema Corte ha sottolineato che, partendo dalla struttura del reato di cui alla norma richiamata, “la condotta penalmente sanzionata consiste nella violazione – da parte dell’amministratore o del componente del consiglio di gestione di enti peculiari, fra cui le società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altro Stato dell’Unione europea – degli obblighi previsti dall’articolo 2391 c.c., comma 1: l’illecito sussiste, secondo la lettera della legge, “se dalla violazione siano derivati danni alla società o a terzi”.

Ed infatti il I comma dell’art. 2391 c.c. prevede che “l’amministratore deve dare notizia agli altri amministratori e al collegio sindacale di ogni interesse che, per conto proprio o di terzi, abbia in una determinata operazione della società, precisandone la natura, i termini, l’origine e la portata; se si tratta di amministratore delegato, deve altresì astenersi dal compiere l’operazione, investendo della stessa l’organo collegiale; se si tratta di amministratore unico, deve darne notizia anche alla prima assemblea utile”.

Ebbene, come evidenziato dalla pronuncia in commento, la fattispecie criminosa di cui all’attuale art. 2629-bis c.c., riproduce, apportandovi alcune modifiche, il vecchio testo dell’art. 2631 c.c., modificato dalla riforma del diritto societario del 2002.

Tuttavia, ha specificato la Suprema Corte, mentre nella fattispecie di cui all’art. 2631 c.c la giurisprudenza riconosceva una fattispecie di reato di pericolo, è palese che “con l’attuale formulazione, il danno rientri fra gli elementi costitutivi della fattispecie astratta”, da intendersi, pertanto, quale reato di danno.

Hanno sostenuto, infatti, gli Ermellini che già “la scelta terminologica adottata dal legislatore è stata quella di richiamare la necessità di un danno, senza aggettivazioni di sorta” (scelta, peraltro, già operata per la formulazione di altre norme, dove si ritiene sufficiente, per il perfezionamento della condotta di rilievo penalistico, il semplice “nocumento”).

Pertanto, ha concluso la Cassazione, “il richiamo alla nozione di danno o di nocumento deve intendersi dimostrativo di una dimensione non strettamente patrimoniale del pregiudizio rilevante ai fini della configurabilità del reato (fra questi, anche un eventuale danno di immagine […]); ciò anche in ragione della previsione normativa di cui all’articolo 2640 c.c., atteso che, qualora il diritto penale societario dovesse realmente intendersi orientato alla tutela di esclusivi o comunque imprescindibili interessi di natura patrimoniale, il legislatore non avrebbe avuto ragione di prevedere un’attenuante ad hoc (peraltro richiamando in termini assai generali le ipotesi in cui venga cagionata una “offesa di particolare tenuità”), essendo a quel punto già applicabile la circostanza comune ex articolo 62 c.c., n. 4.”.

[1] Art. 2629-bis, recante “Omessa comunicazione del conflitto d’interessi”: “1. L’amministratore o il componente del consiglio di gestione di una società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altro Stato dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, ovvero di un soggetto sottoposto a vigilanza ai sensi del testo unico di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, del citato testo unico di cui al decreto legislativo n. 58 del 1998, della legge 12 agosto 1982, n. 576, o del decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, che viola gli obblighi previsti dall’articolo 2391, primo comma, è punito con la reclusione da uno a tre anni, se dalla violazione siano derivati danni alla società o a terzi”. 2. All’articolo 25-ter, comma 1, lettera r), del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, dopo le parole: “codice civile” sono inserite le seguenti: “e per il delitto di omessa comunicazione del conflitto d’interessi previsto dall’articolo 2629-bis del codice civile“.

 

Tribunale di Asti – Sez. Penale – Sentenza del 27.06.2014 – Omesso versamento delle ritenute INPS: se l’omissione è inferiore a 10.000 euro per ciascun periodo di imposta non è reato

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Con una recente pronuncia, la Sezione Penale del Tribunale di Asti ha stabilito che l’avere omesso il versamento delle dovute ritenute previdenziali per importi inferiori a 10.000 euro, in relazione a ciascun periodo di imposta, non costituisca reato così come disciplinato dall’art. 81 c.p. e dall’art. 2 del D.L. n. 463/1983, convertito nella Legge n. 638/1983 e come modificato dal D.L. n. 338/1989 poi convertito nella Legge n. 389/1989.

Il Giudicante è giunto a questa conclusione assolutoria in ragione di una lettura critica e congiunta del recente intervento della Corte Costituzionale e delle modifiche legislative.

In effetti, con la pronuncia n. 139 del 19 maggio 2014, la Consulta ha ribadito che hai fini della responsabilità penale sia assolutamente imprescindibile individuare nella condotta tipica una concreta ed effettiva offensività; conseguentemente, le condotte prive di portata concretamente lesiva non produrranno effetti penalmente rilevanti pur se astrattamente tipiche.

Inoltre, il Giudice di Primo Grado ha anche valutato, nell’ambito della propria decisione, il contenuto dell’art. 2 della Legge n. 67/2014 con cui è stata conferita al Governo la delega per depenalizzare il reato di cui all’art. 2, comma 1 bis, D.L. n. 463/1983, convertito con modificazioni dalla Legge n. 638/1983, riformando in illecito amministrativo i casi in cui l’omesso versamento delle dovute ritenute previdenziali non ecceda il limite di 10.000 euro annui.

Quindi, secondo il Tribunale di Asti, l’imputato che si trova nel caso contemplato dalla sentenza n. 139/2014 della Corte Costituzionale e dalla Legge delega  n. 67/2014 deve necessariamente essere assolto poiché il fatto contestato non è previsto dalla legge come reato in quanto non offensivo di interessi penalmente tutelati.

 

Confiscabilità dei beni societari per i reati tributari degli amministratori: la pronuncia n. 10561/2014 della Corte di Cassazione Penale a Sezioni Unite

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La discussa questione è stata finalmente sottoposta al vaglio delle Sezioni Unite Penali della Cassazione da parte della III Sezione della Corte, che era stata interessata dall’ennesimo ricorso sul punto.

In particolare è stato chiesto alle SS. UU. di dirimere l’esistente contrasto giurisprudenziale stabilendo “se sia possibile o meno aggredire direttamente i beni di una persona giuridica per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della stessa”.

La Suprema Corte si è recentemente pronunciata con la sentenza n. 10561 del 30 Gennaio 2014, depositata il 5 Marzo 2014.

In pubblicazione sul numero di Luglio di “ANDAF Magazine, la rivista dei direttori amministrativi e finanziari” dell’approfondimento dell’Avv. Serena Silvestri in materia di “La pronuncia delle Sezioni Unite sulla confiscabilità dei beni societari per i reati tributari degli amministratori“.

Cassazione Penale – V Sez. – Sentenza n. 49789 del 10 dicembre 2013 – Reati societari e Reati fallimentari: può sussistere concorso di reati tra il delitto di omesso deposito dei bilanci e delle scritture contabili della società e la bancarotta documentale

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La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 49789/2013, ha rigettato il ricorso presentato degli amministratori di fatto e di diritto di una società in accomandita semplice dichiarata fallita.

Gli Ermellini hanno chiarito che l’obbligo di deposito delle scritture contabili vada considerato inesigibile ogni qualvolta la bancarotta documentale, semplice o patrimoniale, si concretizzi nella omessa tenuta, nella distruzione o nella sottrazione delle scritture contabili.

Invece, nel caso in cui i libri dell’azienda siano stati tenuti in maniera irregolare o incompleta, la Corte ha stabilito che il mancato deposito delle scritture contabili può concorrere con i reato di bancarotta documentale.

Infatti, “il reato di inosservanza dell’obbligo di deposito delle scritture contabili previsto dagli articoli 220 e 16 n. 3, R.D. 16 marzo 1942 n. 267, concorre con quelli di bancarotta semplice documentale, di cui all’art. 217, co, 2, I. fall., e di bancarotta fraudolenta documentale, di cui all’art. 216, co. 1, n. 2), I. fall., tutte le volte in cui la condotta di bancarotta non consista nella sottrazione, nella distruzione ovvero nella mancata tenuta delle scritture contabili, ma nella tenuta irregolare o incompleta delle stesse ovvero in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari”.

sentenza

approfondisci l’argomento leggendo l’articolo:

http://www.giurisprudenzapenale.com/puo-sussistere-concorso-tra-il-delitto-di-omesso-deposito-delle-scritture-contabili-e-la-bancarotta-documentale/

 

 

Il caso Thyssen krupp: il 24 Aprile 2014 saranno le Sezioni Unite della Corte di Cassazione a doversi pronunciare indicando definitivamente il preciso confine tra dolo eventuale e colpa cosciente

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Il 29 novembre il Primo Presidente della Corte di Cassazione ha assegnato alle Sezioni Unite Penali, ai sensi dell’art. 610 II comma c.p.p., la trattazione dei ricorsi presentati avverso la sentenza emessa della Corte d’Assise d’Appello di Torino relativa al noto caso Thyssen Krupp.

Com’è  noto il processo di primo grado, si era concluso il 14 novembre 2011 con la condanna di alcuni dirigenti della Thyssen inflitta dalla Corte d’Assise per omicidio plurimo realizzato con dolo eventuale.

In secondo grado, nel febbraio 2013, la I sezione della Corte di Assise di Appello di Torino ha poi ridotto la  pena inflitta dal giudice di primo grado ritenendo che il delitto contestato fosse stato commesso con colpa cosciente in ragione del fatto che l’Amministratore Delegato e gli altri dirigenti non avrebbero agito “accettando il rischio del verificarsi dell’evento”, bensì “nella convinzione che gli eventi sarebbero stati comunque evitati”.

Alle Sezioni Unite è stato chiesto di definire “l’esatta linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente“, questione “di speciale importanza, innestandosi sull’ambito dei doveri di rispetto di normative antinfortunistiche in un contesto di impianti industriali a elevato rischio e sulle correlative posizioni di garanzia“.

Le Sezioni Unite che si pronunceranno il 24 aprile 2014.

Ricorso Thyssen Procura Generale

sentenza_appello_thyssenkrupp28feb13