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Studio Legale Silvestri | art. 10 ter d.lgs. n. 74/2000

DELEGA FISCALE COMPLETATA: approvati in via definitiva gli ultimi 5 decreti attuativi della Riforma fiscale

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Il pacchetto di provvedimenti attuativi della legge delega n. 23 dell’11 marzo 2014 – avente per oggetto la materia fiscale – è giunto a completamento con l’approvazione definitiva degli ultimi cinque decreti attuativi e ha coinvolto, tra le varie aree di riforma, anche quella delle sanzioni previste per le principali fattispecie criminose presenti nel D.lgs. n. 74 del 2000.

L’intervento legislativo – che si è mosso lungo le direttrici disegnate dai pareri delle Commissioni parlamentari lo scorso giugno – da un lato prevede un inasprimento sanzionatorio per le fraudolente condotte caratterizzanti i reati di omessa presentazione della dichiarazione, di occultamento o distruzione di scritture contabili e di indebita compensazione dei crediti esistenti; dall’altro lato, invece, un trattamento più mite viene accordato a condotte ritenute meno gravi ed offensive, come provato sia dall’innalzamento delle soglie di punibilità per l’omesso versamento dell’Iva (da 50 mila a 250 mila euro), per la dichiarazione infedele (da 50 mila a 150 mila euro) e per l’omessa dichiarazione (da 30 mila a 50 mila euro), sia dall’individuazione di ipotesi di non punibilità come quella per esempio prevista per il pagamento del debito tributario prima del dibattimento per i reati di dichiarazione infedele, di omessa dichiarazione e di omesso versamento delle ritenute e dell’IVA.

E’ inoltre prevista la confisca dei beni che costituiscono il profitto di un reato contenuto all’interno del D.lgs. n. 74 del 2000 e per il quale è stata inflitta una condanna e sarà poi anche possibile affidare in custodia giudiziale agli organi dell’Amministrazione Finanziaria che ne facciano richiesta i beni sequestrati, purchè siano diversi dal denaro e dalle disponibilità finanziarie e purchè sussistano effettive esigenze operative.

La rimodulazione del sistema punitivo possiede una ratio di fondo, ossia quella di riservare l’afflittività della sanzione penale ai comportamenti fraudolenti e simulatori perchè insidiosi e dunque maggiormente pericolosi, affidando invece quelle condotte dotate di un disvalore giuridico minore all’apparato sanzionatorio amministrativo.

A rispecchiare la scelta del doppio binario sanzionatorio è l’altrettanto “doppia” entrata in vigore del provvedimento: se le disposizioni penali si applicheranno dopo gli ordinari 15 giorni decorrenti dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, quelle amministrative entreranno in vigore dal 1° gennaio 2017.

 

 

 

 

 

 

Corte Costituzionale – Sentenza n. 80 dell’8 aprile 2014 – Illegittimità costituzionale delle soglie di punibilità individuate dall’art. 10-ter del D.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 in materia di omesso versamento IVA, in relazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 80 dell’8 aprile 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter del D.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, nella parte in cui, in relazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per importi non superiori ad euro 103.291,38, per ogni periodo d’imposta.

Il Tribunale di Bergamo, con l’ordinanza del 17 settembre 2013, ha sollevato la questione al Giudice delle Leggi rinvenendo nell’art. 10-ter un contrasto con l’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui prevede, in caso di omesso versamento dell’IVA, una soglia di punibilità inferiore rispetto a quelle previste dagli artt. 4 e 5 del medesimo decreto legislativo per la dichiarazione infedele e per l’omessa dichiarazione, prima delle modifiche apportate dal D.L. n. 138/2011.

A parere del Giudice di merito, infatti, la norma violerebbe il principio di eguaglianza nella parte in cui il contribuente, dopo avere presentato la dichiarazione annuale IVA, ometta poi il versamento dell’imposta. In effetti, in questo caso, applicando la normativa vigente in materia, il contribuente avrebbe di fatto un trattamento differente e peggiorativo rispetto a quello previsto per il contribuente che non presenti proprio la dichiarazione dei redditi o che presenti una dichiarazione infedele.

Secondo i giudici costituzionali “il contribuente che, al fine di evadere l’IVA, presenta una dichiarazione infedele, tesa ad occultare la materia imponibile, o non presenta affatto la dichiarazione, tiene una condotta certamente più “insidiosa” per l’amministrazione finanziaria – in quanto idonea ad ostacolare l’accertamento dell’evasione (e, nel secondo caso, a celare la stessa esistenza di un soggetto di imposta) – rispetto a quella del contribuente che, dopo aver presentato la dichiarazione, omette di versare l’imposta da lui stesso autoliquidata (omissione che può essere dovuta alle più varie ragioni, anche indipendenti da uno specifico intento evasivo, essendo il delitto di cui all’art. 10-ter a dolo generico).

In questo modo, infatti, il contribuente rende la propria inadempienza tributaria palese e immediatamente percepibile dagli organi accertatori: sicché, in sostanza, finisce per essere trattato in modo deteriore chi – coeteris paribus – ha tenuto il comportamento maggiormente meno trasgressivo“.

Cassazione Penale – III Sez. – Ordinanza n. 46726 del 22 novembre 2013 – Reati tributari e D.lgs. n- 231/2001: Arriva alle Sezioni Unite il contrasto giurisprudenziale in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente dei beni societari, nel caso della commissione di reati tributari dal legale rappresentante.

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La Suprema Corte di Cassazione, affrontando la tematica del sequestro preventivo per equivalente nel caso di reato di omesso versamento IVA, ex D.lgs. n. 74/2000, commesso dal legale rappresentante di una società, si è imbattuta nell’annosa questione giuridica relativa al rapporto tra i reati tributari e l’eventuale confisca dei beni societari.

In effetti, con riferimento ai reati tributari, attualmente esiste un forte contrasto giurisprudenziale concernente la possibilità di aggredire o meno i beni societari per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della persona giuridica.

Si oscilla tra pronunce che sostengono l’applicabilità del sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente sui beni dell’impresa (e non solo nel caso in cui la società sia stata creata ad hoc per farvi confluire i profitti degli illeciti fiscali) ed interventi giurisprudenziali che invece lo escludono.

In effetti, i provvedimenti che sostengono la confiscabilità affermano che, sebbene il reato tributario sia riconducibile solo al legale rappresentante, tuttavia le conseguenze patrimoniali ricadrebbero sulla società che, quindi, non può considerarsi estranea al delitto poiché comunque utilizza gli incrementi economici derivati (Cass. Pen., Sez. III, sentenza n. 26389 del 6 luglio 2011; Cass. Pen., Sez. III, sentenza n. 28731 del 19 luglio 2011; Cass. Pen, Sez. III, sentenza n. 17485 del 10 maggio 2012; Cass. Pen., Sez. III, sentenza n. 38740 del 4 ottobre 2012) .

Altre decisioni, di segno opposto, hanno invece sottolineato l’impossibilità di applicare il sequestro preventivo teso alla confisca per equivalente sui beni appartenenti alla società nel caso in cui si proceda per violazioni penali finanziarie del legale rappresentante, poiché gli artt. 24 e ss. del d.lgs. 231/2001 non prevedono i reati fiscali tra le fattispecie presupposto (Cass. Pen., Sez. III, sentenza n. 25774 del 4 luglio 2012; Cass. Pen., Sez. III, sentenza n. 33371 del 19 agosto 2012; Cass. Pen., Sez. III, sentenza n. 15349 del 3 aprile 2013; Cass. Pen., Sez. III, n. 42350, 15 ottobre 2013).

La Suprema Corte, in ragione del fatto che il contrasto sopra evidenziato non è stato superato, ha evidenziato la necessità di sottoporre la questione al vaglio delle Sezioni Unite.

Quindi, ritenendo la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 618 c.p.p. per la rimessione del ricorso alle Sezioni Unite, ha sottoposto la seguente questione: “se sia possibile o meno aggredire direttamente i beni di una persona giuridica per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della stessa“.

Download PDF CORTE DI CASSAZIONE Ordinanza n. 46726 del 22 novembre 2013

Cassazione Penale – Sentenza n. 39082 del 23 settembre 2013 – Reati tributari: Omesso versamento IVA: non è punibile l’amministratore della società che, al momento della scadenza del termine per il pagamento dell’imposta non ricopriva più la carica.

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La Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che la fattispecie criminosa di cui all’articolo 10 ter del D.lgs. n. 74/2000, introdotto con l’art. 35 del D.lg. n. 223/2006, costituisce un reato proprio che punisce colui che, pur essendo obbligato ex lege a versare l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, non adempia a tale obbligo.

Quindi, come chiarisce la Corte, il reato si consuma nel momento della scadenza del termine previsto per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo; tale termine è fissato dalla legge n. 405/1990 nel giorno 27 del mese di dicembre.

Dunque, ai fini dell’integrazione del reato, non è sufficiente un qualsiasi ritardo nel versamento dell’imposta, ma è necessario che l’omissione del versamento dell’imposta dovuta si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo d’imposta di riferimento.

Pertanto “poiché è un reato omissivo istantaneo sottoposto all’adempimento di un obbligo entro un termine, è a tale momento che deve aversi riferimento per determinare il fatto consumativo” e l’autore del delitto.

Per tale ragione, qualora al momento dello scadere del termine previsto per il pagamento dell’imposta, l’amministratore non rivesta più tale carica, sarà sicuramente esente da responsabilità penale poiché non avrebbe potuto più adempiere all’obbligo tributario.