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Studio Legale Silvestri | art. 2 D.Lgs. n. 74/2000

14 Settembre 2017 – Roma, Corte d’Appello, Aula Europa – “LA RIFORMA DEL DIRITTO PENALE TRIBUTARIO (D.LGS. 158/2015). PROBLEMI APPLICATIVI PER CONSULENTI E IMPRESE E SPUNTI DI (ULTERIORE) RIFORMA PER IL LEGISLATORE”

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L’Avv. Serena Silvestri, membro del Centro di Diritto Penale Tributario, il 14 Settembre 2017 parteciperà in qualità di relatrice all’evento in tema di “LA RIFORMA DEL DIRITTO PENALE TRIBUTARIO (D. Lgs. 158/2015). PROBLEMI APPLICATIVI PER CONSULENTI E IMPRESE E SPUNTI DI (ULTERIORE) RIFORMA PER IL LEGISLATORE” con due interventi; ad apertura dei lavori “Introduzione: molti passi avanti dalla L. 516/82 ma la strada è ancora lunga” ed a chiusura del Convegno “Conclusioni: una proposta di ultimazione del processo di riforma” 

Il convegno è gratuito ed è stato richiesto accreditamento ai fini della formazione professionale all’Ordine degli Avvocati di Roma e all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Roma.

L’evento sarà il punto di incontro di professionisti ed esponenti del mondo delle imprese.

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DELEGA FISCALE COMPLETATA: approvati in via definitiva gli ultimi 5 decreti attuativi della Riforma fiscale

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Il pacchetto di provvedimenti attuativi della legge delega n. 23 dell’11 marzo 2014 – avente per oggetto la materia fiscale – è giunto a completamento con l’approvazione definitiva degli ultimi cinque decreti attuativi e ha coinvolto, tra le varie aree di riforma, anche quella delle sanzioni previste per le principali fattispecie criminose presenti nel D.lgs. n. 74 del 2000.

L’intervento legislativo – che si è mosso lungo le direttrici disegnate dai pareri delle Commissioni parlamentari lo scorso giugno – da un lato prevede un inasprimento sanzionatorio per le fraudolente condotte caratterizzanti i reati di omessa presentazione della dichiarazione, di occultamento o distruzione di scritture contabili e di indebita compensazione dei crediti esistenti; dall’altro lato, invece, un trattamento più mite viene accordato a condotte ritenute meno gravi ed offensive, come provato sia dall’innalzamento delle soglie di punibilità per l’omesso versamento dell’Iva (da 50 mila a 250 mila euro), per la dichiarazione infedele (da 50 mila a 150 mila euro) e per l’omessa dichiarazione (da 30 mila a 50 mila euro), sia dall’individuazione di ipotesi di non punibilità come quella per esempio prevista per il pagamento del debito tributario prima del dibattimento per i reati di dichiarazione infedele, di omessa dichiarazione e di omesso versamento delle ritenute e dell’IVA.

E’ inoltre prevista la confisca dei beni che costituiscono il profitto di un reato contenuto all’interno del D.lgs. n. 74 del 2000 e per il quale è stata inflitta una condanna e sarà poi anche possibile affidare in custodia giudiziale agli organi dell’Amministrazione Finanziaria che ne facciano richiesta i beni sequestrati, purchè siano diversi dal denaro e dalle disponibilità finanziarie e purchè sussistano effettive esigenze operative.

La rimodulazione del sistema punitivo possiede una ratio di fondo, ossia quella di riservare l’afflittività della sanzione penale ai comportamenti fraudolenti e simulatori perchè insidiosi e dunque maggiormente pericolosi, affidando invece quelle condotte dotate di un disvalore giuridico minore all’apparato sanzionatorio amministrativo.

A rispecchiare la scelta del doppio binario sanzionatorio è l’altrettanto “doppia” entrata in vigore del provvedimento: se le disposizioni penali si applicheranno dopo gli ordinari 15 giorni decorrenti dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, quelle amministrative entreranno in vigore dal 1° gennaio 2017.

 

 

 

 

 

 

Commissione Tributaria Provinciale di Milano – Sez. XXV – Sentenza n. 3222/2015 – dichiarata la nullità di un avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario con incarichi dirigenziali senza concorso pubblico

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Com’è noto, con la recente pronuncia n. 37/2015 (Corte-Costituzionale-sentenza-37-2015-Agenzia-Entrate), la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimi gli artt. 8, comma 24 del D.L. n. 16/2012, 1, comma 14 del D.L. n. 150/2013 ed 1, comma 8 del D.L. n. 192/2014 per violazione dell’art. 97 della Costituzione che prevede, salvo i casi eccezionalmente stabiliti dalla legge, l’obbligatorietà di accedere agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni per concorso.

Tale provvedimento interessa circa 800 funzionari dell’Agenzia delle Entrate che hanno assunto un incarico dirigenziale senza fare il necessario concorso previsto ex lege.

Proprio sulla scia di tale sentenza, si è inserita la Commissione Tributaria Provinciale di Milano che, si è pronunciata dichiarando la nullità di un avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario cui erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza però aver superato il necessario concorso pubblico.

La questione aveva preso le mosse da un ricorso presentato avverso un avviso di accertamento ai fini Irpef, Irap e Iva e, tra i vari vizi dedotti, era stata evidenziata proprio la questione di nullità dell’atto ritenuto irregolare, in quanto sottoscritto da un soggetto a ciò non abilitato.

La CTP ha ritenuto, quale elemento idoneo a dimostrare la nullità dell’atto, l’illegittima sottoscrizione apposta in calce allo stesso.

In effetti, com’è noto, il D.P.R. n. 600/73 – c.d. testo unico sulle imposte sui redditi – prevede all’art. 42 che gli avvisi di accertamento debbano essere sottoscritti, a pena di nullità, dal un dirigente o da un soggetto delegato dal dirigente.

Nel caso di specie, l’avviso era stato firmato da un funzionario presumibilmente delegato in tal senso dal direttore provinciale.

Il ricorrente aveva quindi richiesto in giudizio che l’ufficio fornisse la prova dell’esistenza non solo del conferimento di tale delega ma soprattutto della legittimità della carriera direttiva.

L’ufficio aveva depositato la delega, ma non era riuscito a dare dimostrazione della carriera direttiva anzi era emerso che al firmatario erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza concorso pubblico.

La commissione ha accolto quindi il ricorso, costituendo così un primo importante precedente ed aprendo la strada ad altri ricorsi probabilmente anche di chi magari abbia anche una rateizzazione in corso.

CTP Milano, sez. XXV, sentenza 31 marzo 10 aprile 2015, n. 3222

Cassazione Penale – Sez. III. – Sentenza n. 15449/2015 – La nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto prevista dall’art. 131 bis c.p., recentemente introdotto dal d.lgs. n. 28/2015, è retroattiva ed è quindi applicabile anche ai procedimenti in corso. Primo intervento in materia di reati tributari

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A pochi giorni dall’entrata in vigore della nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto prevista dall’art. 131 bis c.p., recentemente introdotto dal d.lgs. n. 28/2015, è già intervenuta la Suprema Corte di Cassazione che, sollecitata dalla difesa dell’imputato, ha definito i margini applicativi dell’istituto.

Ha nettamente statuito che la disciplina dell’art. 131 bis c.p. sia retroattiva e sia, quindi, applicabile anche ai procedimenti in corso.

Tuttavia, la III Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito – con la sentenza n. 15449/2015, primissima pronuncia sul punto –  che non vada estesa a quanti si siano sottratti in maniera fraudolenta al pagamento delle imposte.

Gli Ermellini hanno infatti respinto il ricorso presentato dalla difesa di un imputato che era stato condannato dalla Corte di Appello di Milano per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte previsto e punto dall’art. 11 del D.lgs. n. 74/2000.

Effettivamente era emerso che l’imputato, in veste di socio accomandatario e liquidatore di una società in accomandita semplice, aveva costituito un trust per rendere inefficace ed ostacolare la procedura di riscossione coattiva delle imposte dirette e sul valore aggiunto per un valore di circa 500.000 euro.

Attraverso la costituzione del trust, infatti, l’imputato aveva trasferito a sé stesso come trustee l’intero patrimonio attivo e passivo della s.a.s. e, dunque, disponente e trustee facevano di fatto capo alla medesima persona.

Inoltre, non solo la dichiarata finalità liquidatoria indicata nell’atto costitutivo del trust non era mai stata comunicata ai creditori sociali, ma soprattutto il trust che formalmente era stato appunto creato per soddisfare i creditori si evidenziava in tutta la sua inutilità poiché, in caso di liquidazione, i creditori avrebbero potuto trovare soddisfazione sul patrimonio sociale, nel caso in cui fosse stato sufficiente, o fare ricorso alle procedure concorsuali di tipo fallimentare, se insufficiente.

A ciò si aggiunga che nel caso di specie non vi era traccia di alcun tipo di comportamento concludente, volto ad esempio al pagamento anche parziale delle imposte.

Quindi, i giudici di merito non avevano dubitato circa la legittimità del trust, bensì avevano contestato lo scopo fraudolento della sua costituzione, rinvenendo come unica finalità dell’operazione il tentativo di sottrarre il patrimonio alla procedura coattiva.

In udienza, davanti alla Corte Cassazione, la difesa dell’imputato aveva poi richiesto che venisse applicato al caso sottoposto il nuovo articolo 131 bis del Codice Penale introdotto dal decreto legislativo n. 28 del 2015.

Il Decreto, che non contiene una disciplina transitoria, risulterebbe quindi sottoposto alla normale lettura gerarchica delle fonti in relazione ai principi generali dell’ordinamento penale, quali ad ed esempio il favor rei statuito all’art. 2, IV comma c.p.

Quindi, secondo i Supremi Giudici la nuova disposizione è applicabile anche ai procedimenti di merito in corso al momento dell’entrata in vigore della suddetta normativa.

Ma non solo.

La questione giuridica sollevata è stata ritenuta correttamente proposta anche in sede di legittimità poiché, in conformità con il disposto dell’art. 609, II comma c.p.p., la difesa dell’imputato non avrebbe potuto dedurre in appello tale richiesta dal momento che la norma è entrata in vigore solo il 2 Aprile.

Tuttavia, la Suprema Corte ricorda che per una corretta applicazione dell’art. 131 bis c.p. sia imprescindibile la verifica della sussistenza dei requisiti postulati.

Sicuramente il primo accertamento, riguarda l’entità della pena del reato che, se detentiva non deve essere superiore nel massimo a 5 anni.

Verificato il rispetto dei limiti della pena, è poi doveroso approfondire i due requisiti di merito postulati dalla norma: la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento.

In relazione al primo criterio, la Corte precisa che tale indice si articola, secondo quanto espressamente definito ed indicato dalla relazione di accompagnamento al decreto legislativo, in due sotto requisiti che sono la modalità della condotta e, in ragione della natura del reato, l’esiguità del danno o la scarsa gravità del pericolo; tali elementi devono essere valutati secondo il disposto di cui all’art. 133 c.p.

Nel caso espressamente analizzato, la fattispecie criminosa risponde certamente ai limiti di pena indicati nell’art. 131 bis, I comma c.p. ma la Suprema Corte afferma che la causa di non punibilità non sia applicabile perché non sono rinvenibili gli altri due requisiti.

Infatti, “nel provvedimento impugnato emergono plurimi dati chiaramente indicativi di un apprezzamento sulla gravità dei fatti addebitati” al ricorrente.

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Corte Costituzionale – Sentenza n. 80 dell’8 aprile 2014 – Illegittimità costituzionale delle soglie di punibilità individuate dall’art. 10-ter del D.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 in materia di omesso versamento IVA, in relazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 80 dell’8 aprile 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter del D.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, nella parte in cui, in relazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per importi non superiori ad euro 103.291,38, per ogni periodo d’imposta.

Il Tribunale di Bergamo, con l’ordinanza del 17 settembre 2013, ha sollevato la questione al Giudice delle Leggi rinvenendo nell’art. 10-ter un contrasto con l’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui prevede, in caso di omesso versamento dell’IVA, una soglia di punibilità inferiore rispetto a quelle previste dagli artt. 4 e 5 del medesimo decreto legislativo per la dichiarazione infedele e per l’omessa dichiarazione, prima delle modifiche apportate dal D.L. n. 138/2011.

A parere del Giudice di merito, infatti, la norma violerebbe il principio di eguaglianza nella parte in cui il contribuente, dopo avere presentato la dichiarazione annuale IVA, ometta poi il versamento dell’imposta. In effetti, in questo caso, applicando la normativa vigente in materia, il contribuente avrebbe di fatto un trattamento differente e peggiorativo rispetto a quello previsto per il contribuente che non presenti proprio la dichiarazione dei redditi o che presenti una dichiarazione infedele.

Secondo i giudici costituzionali “il contribuente che, al fine di evadere l’IVA, presenta una dichiarazione infedele, tesa ad occultare la materia imponibile, o non presenta affatto la dichiarazione, tiene una condotta certamente più “insidiosa” per l’amministrazione finanziaria – in quanto idonea ad ostacolare l’accertamento dell’evasione (e, nel secondo caso, a celare la stessa esistenza di un soggetto di imposta) – rispetto a quella del contribuente che, dopo aver presentato la dichiarazione, omette di versare l’imposta da lui stesso autoliquidata (omissione che può essere dovuta alle più varie ragioni, anche indipendenti da uno specifico intento evasivo, essendo il delitto di cui all’art. 10-ter a dolo generico).

In questo modo, infatti, il contribuente rende la propria inadempienza tributaria palese e immediatamente percepibile dagli organi accertatori: sicché, in sostanza, finisce per essere trattato in modo deteriore chi – coeteris paribus – ha tenuto il comportamento maggiormente meno trasgressivo“.