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Studio Legale Silvestri | cassazione penale

10 Settembre 2019, Roma – Suprema Corte di Cassazione, Convegno in tema di “Responsabilità Penale delle Società ex D.L. 231/2001”. Approfondimento dell’Avv. Serena Silvestri sull’Organismo di Vigilanza

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Lo Studio Legale Silvestri segnala un interessante Convegno tenutosi presso la Suprema Corte di Cassazione organizzato dal “Tavolo tecnico 231” della Commissione di Diritto Penale dell’Ordine degli Avvocati di Roma di cui fa parte l’Avv. Serena Silvestri.

L’evento, che ha avuto una rilevante partecipazione, ha approfondito le più recenti problematiche operative del D.Lgs. n. 231/2001.

I lavori aperti e magistralmente moderati dall’Avv. Irma Conti, Consigliera presso l’Ordine degli Avvocati di Roma, hanno visto susseguirsi gli interventi di professionisti specializzati nel settore: gli avvocati membri della Commissione Penale Serena Silvestri, Valeria Raimondi, Marco Lepore, Cristina Dello Siesto, il Dott. Ciro Santoriello, P.M. presso la Procura della Repubblica di Torino, il Dott. Valerio de Gioia, Giudice presso il Tribunale di Roma, il Dott. Stefano Pesci e la Dott.ssa Giulia Guccione, entrambi P.M. presso la Procura della Repubblica di Roma, il Prof Massiliano Masucci, Associato presso l’Università Roma Tre,  gli avvocati Irene Coppola, Anna D’Alessandro e Alessandro Perrotta.

L’Avv. Serena Silvestri, name partner dello Studio Legale Silvestri e membro di numerosi O.d.V., è intervenuta con una relazione in materia di Organismo di Vigilanza, concentrandosi in particolare sulle possibili interazioni e sovrapposizioni con gli altri organismi di controllo aziendali tra opportunità societarie e limiti normativi.

A breve saranno pubblicate le relazioni dei vari interventi.

A seguire il Link per visionare l’evento.

#InDiretta "Responsabilità Penale delle Società D.L.231/2001" – Roma, Martedì 10 Settembre 2019Intervengono:-Avv. Irma Conti , Consigliere Ordine Avvocati Roma, Resp. Comm. Diritto Penale-Dott. Ciro Santoriello, Pubblico Ministero presso Procura della Repubblica di Torino-Dott. Valerio De Gioia, Giudice presso il Tribunale Penale di Roma-Dott. Stefano Pesci, Pubblico Ministero presso il Tribunale Penale di Roma-Dott.ssa Giulia Guccione, Pubblico Ministero presso il Tribunale Penale di Roma-Prof. Massimiliano Masucci, Associato Università Roma Tre-Avv. Irene Coppola, Foro di Roma-Avv. Valeria Raimondo, Componente Commissione Diritto Penale-Avv. Marco Lepore, Componente Commissione Diritto Penale-Avv. Cristina Dello Siesto, Componente Commissione Diritto Penale-Avv. Serena Silvestri, Componente Commissione Diritto Penale-Avv. Anna D'Alessandro, Foro di Roma-Avv. Alessandro Parrotta, Foro di Torino

Pubblicato da Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma su Martedì 10 settembre 2019

 

 

 

 

 

Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 1822/2018: sms, messaggistica WhatsApp, conversazioni in chat, e-mail possono avere valenza di prova documentale se già presenti nella memoria del supporto elettronico

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La V Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 1822 del 16 Gennaio 2018, si è pronunciata in merito alla natura giuridica dei più moderni strumenti di comunicazione nonché sul corretto regime da seguire in caso di sequestro.

Nel caso di specie, era stata impugnata dinnanzi alla Corte un’Ordinanza con la quale il Tribunale di Imperia, in veste di giudice del riesame, aveva provveduto a confermare il decreto di sequestro probatorio disposto da un P.M. nell’ambito di un’investigazione in tema di reati fallimentari e avente ad oggetto sia e-mail che sms e messaggi WhatsApp, rinvenuti sullo smartphone del soggetto indagato.

Il ricorrente lamentava il mancato rispetto, in relazione all’acquisizione delle e-mail e della messaggistica, della disciplina prevista in tema di corrispondenza nonché di intercettazioni telefoniche. Inoltre, a dire della difesa, l’acquisizione non era comunque avvenuta in modo proporzionale e adeguato, essendosi proceduto, tramite duplicazione di copia forense, alla integrale acquisizione di tutti i dati archiviati ed anche delle comunicazioni intercorse tra assistito e difensore.

Gli Ermellini hanno rigettato il ricorso statuendo che i dati informatici acquisiti e conservati, nel caso de quo, nella memoria di un telefono cellulare – vadano considerati a tutti gli effetti documenti ex art. 234 c.p.p., ragion per cui, la loro eventuale acquisizione non sarebbe soggetta né alle regole stabilite per la corrispondenza – “la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito (Sez. 3, n. 928 del 25/11/2015, dep. 2016, Giorgi, Rv. 265991)” – né a quelle previste in tema di intercettazioni telefoniche, mancando “la captazione di un flusso di comunicazioni in corso”.

Inoltre, la Corte ha chiarito che l’acquisizione mediante la c.d. “copia forense” dei dati informatici è comunque una modalità atta a proteggere gli interessi dei soggetti coinvolti oltre che a garantire l’integrità del dato acquisito.

Infine, il sequestro anche di documenti non rilevanti o non sequestrabili non invaliderebbe il provvedimento di sequestro.

sentenza

Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 17819/2017: sulla corretta valutazione del Giudice in sede di interpretazione e applicazione della fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale

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La dott.sa Marianna Geraci, Trainee Lawyer presso Studio Legale Silvestri e Dottoranda di Ricerca in Diritto Penale presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha commentato la Sentenza n.17819 del 24 marzo 2017 emessa dalla V Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione.

La pronuncia affronta la tematica relativa al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, evidenzia i criteri ai quali il Giudice penale deve fare riferimento al fine di valutare la configurabilità di tale fattispecie criminosa.

 

http://www.dirittobancario.it/giurisprudenza/fallimentare-restructuring/bancarotta/corretta-valutazione-del-giudice-sede-di-interpretazione-applicazione

 

 

 

Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 13072/2017: il bilancio mendace non può integrare la condotta di bancarotta fraudolenta documentale

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La condotta del reato di bancarotta fraudolenta documentale non può avere ad oggetto il bilancio mendace poiché secondo la Suprema Corte di Cassazione non si tratterebbe né di un “libro” né di una “scrittura contabile” così come invece postulato espressamente dall’art. 216, I comma n. 2 della legge fallimentare.

In effetti, nel caso de quo l’imputato era stato condannato sia dal Giudice di primo grado che dalla Corte d’Appello per bancarotta fraudolenta documentale poiché, quale amministratore unico di una società fallita, aveva reso impossibile la ricostruzione del patrimonio societario attraverso la redazione di un bilancio d’esercizio falso.

La Suprema Corte era poi stata investita della questione dal ricorso dell’imputato che invocava la nullità della sentenza di secondo grado per vizio di motivazione in merito alla richiesta che era stata avanzata ai giudicanti di riqualificare il fatto contestato come falso in bilancio e non bancarotta fraudolenta documentale e di dimostrare, di conseguenza, che quanto posto in essere dal reo fosse stato determinante per il fallimento della società.

Gli Ermellini, accogliendo il ricorso sopra citato, il 6 marzo 2017 con la pronuncia n. 13072 hanno annullato con rinvio la sentenza emessa dalla Corte di Appello.

Secondo la Cassazione, infatti, “il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui all’art. 216 L.F. non può avere ad oggetto il bilancio, non rientrando quest’ultimo nella nozione di <libri> e <scritture contabili> prevista dalla norma di cui all’art. 216, comma 1°, n. 2. L.F., posto che l’art. 2214 c.c. – che è la norma che dà contenuto all’art. 216 L.F.- menziona, al comma 1°, tra i libri obbligatori, quello giornale e quello degli inventari, mentre, al comma 2°, le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa, da tenere in modo ordinato assieme alle lettere, alle fatture e ai telegrammi sia spediti che ricevuti. Non menziona invece il bilancio che non può certo essere fatto rientrare tra queste ultime, di natura eventuale e condizionata a differenza del bilancio. Il bilancio serve a rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria della società oltre al risultato economico, sicché è da escludere che rientri nel novero rilevante per la L. Fall., art. 216.”.

Cassazione Civile – SS. UU. – Sentenza n. 1641/2017: l’azione di responsabilità contro gli amministratori della società fallita condannati per bancarotta può essere proposta dal curatore fallimentare sia in sede civile che penale

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Con la sentenza n. 1641 del 23 gennaio 2017 gli Ermellini, nella loro composizione a Sezioni Unite, si sono recentemente pronunciati sul ricorso proposto dal curatore fallimentare di una S.r.l. avverso una pronuncia della Corte d’Appello di Milano.

I Giudici di secondo grado, nel caso di specie, dovendo valutare la domanda di risarcimento danni presentata contro gli amministratori di una società fallita, condannati per bancarotta ai sensi dell’art. 444 c.p.p. e avanzata dal suddetto curatore, avevano negato a quest’ultimo la legittimazione ad agire tanto ex art. 2393 c.c. quanto ex art. 2394 c.c., non ravvisando nelle accertate condotte criminose degli organi societari gestori alcun pregiudizio alla massa creditoria.

Il curatore fallimentare, impugnava quindi tale provvedimento innanzi alla Suprema Corte di Cassazione, deducendo – tra le varie rimostranze – la violazione degli artt. 216 e 240 della L. fall., nella parte in cui gli si riconosce espressamente la legittimazione esclusiva a costituirsi parte civile nel procedimento penale, anche contro il fallito, per i reati previsti nel titolo VI della legge fallimentare e perciò anche per la bancarotta preferenziale e precisando, proprio a riguardo, come nonostante l’ammissione della propria costituzione di parte civile nel processo penale conclusosi con la condanna per gli amministratori della società de qua, in quella stessa sede la sua domanda non aveva potuto trovare spazio, stante la regola prevista in materia di patteggiamento secondo la quale, come è noto, una volta accordato l’accesso a tale rito speciale, “se vi è costituzione di parte civile, il giudice non decide sulla relativa domanda”.

In ragione della particolare importanza del quesito, i Giudici di legittimità della III Sezione civile – investiti dal ricorso – hanno rimesso l’analisi della questione alle Sezioni Unite.

Le SS. UU., pur condividendo la premessa adottata in sede di merito secondo la quale la legittimazione del curatore ad agire in rappresentanza dei creditori è limitata alle sole azioni finalizzate alla ricostruzione del patrimonio del debitore nella sua funzione di garanzia, pervengono a ben altra conclusione, affermando, invece, l’esistenza di una doppia legittimazione ad agire in capo al curatore.

Quest’ultimo – spiega la Suprema Corte di Cassazione – può proporre l’azione di responsabilità degli amministratori agendo non solo ai sensi dell’art. 2393 c.c., norma che ha natura contrattuale e che presuppone un danno prodotto alla società da ogni illecito doloso o colposo degli amministratori per violazione di doveri imposti dalla legge e dall’atto costitutivo, ma anche ai sensi dell’art. 2394 c.c., disposizione che ha invece natura extracontrattuale e come presupposto l’insufficienza patrimoniale cagionata dall’inosservanza di obblighi di conservazione del patrimonio della società; così riconoscendo, come la sua legittimazione, pertanto, oltre ad essere duplice in quanto rappresentativa, al contempo, sia degli interessi della società che di quelli dei creditori, sia altresì da considerarsi unitaria, potendo essere fatta valere sia in sede penale che civile.