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Cassazione Penale – Sez. II – Sentenza n. 33074/2016: il deposito di una somma di denaro, oggetto di reato, effettuato su una carta prepagata non configura il delitto di autoriciclaggio. La condotta criminis tra attività economica ed attività finanziaria

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La sentenza n. 33074 del 2016 della II Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione riempie di contenuto definitorio alcuni elementi costitutivi della fattispecie di autoriciclaggio, da poco introdotta nel nostro Ordinamento, andando – in particolare – a specificare cosa debba intendersi per attività economica e finanziaria.

Il processo da cui ha avuto origine la pronuncia è scaturito dall’appello proposto dal Procuratore della Repubblica di Torino avverso l’ordinanza del G.I.P., avente ad oggetto l’applicazione della custodia cautelare in carcere e l’obbligo di presentazione per due soggetti indagati di furto e di utilizzo abusivo di carta bancomat e, al contempo, di autoriciclaggio.

Il Tribunale torinese in effetti aveva rigettato la richiesta relativamente a tale ultima fattispecie criminosa, non ritenendola integrata qualora, proprio come nel caso di specie, fosse stato versato su una carta prepagata il denaro ottenuto dal furto di un bancomat.

Il Procuratore ricorreva allora avverso tale provvedimento chiedendo l’annullamento con rinvio dell’ordinanza, in ragione della errata qualificazione dei fatti, ritenendo invece perfezionato anche il reato di autoriciclaggio.

La Corte di Cassazione è intervenuta ritendo il ricorso infondato ed osservando, tra le altre cose, che il mero deposito di una somma su una carta prepagata non costituisca né attività “economica”, da interpretarsi alla luce dei parametri forniti dal codice civile, né attività “finanziaria” così come indicato dal Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia.

Infatti, per i Giudici di legittimità è economica, ai sensi dell’art. 2082 c.c., “soltanto quella attività finalizzata alla produzione di beni ovvero alla fornitura di servizi ed in essa non rientra certamente la condotta incriminata; né tantomeno può ritenersi sussistere nella condotta di versamento di somme in un conto corrente ovvero in una carta prepagata una attività “finanziaria” con ciò facendosi riferimento ad ogni attività rientrante nell’ambito della gestione del risparmio ed individuazione degli strumenti per la realizzazione di tale scopo”.

Con particolare riguardo alla nozione di attività finanziaria viene invece osservato come, in assenza di specifiche disposizioni civili o penali sul punto, a rilevare per la punibilità ai sensi dell’art. 648-ter.1 c.p. sia l’art. 106 del sopra citato Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, “che individua quali tipiche attività finanziarie l’assunzione di partecipazioni (acquisizione e gestione di titoli su capitale di imprese), la concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma, la prestazione di servizi di pagamento (incasso e trasferimento di fondi, esecuzioni di ordini di pagamento, emissione di carte di credito o debito), l’attività di cambiovalute”.

Quindi, la Corte conclude – con riferimento alla condotta degli indagati – per il mancato perfezionamento del reato di autoriciclaggio in ragione dell’assenza dell’elemento oggettivo.

La Corte ne approfitta poi per fornire ulteriori indicazioni interpretative sul delitto di autoriciclaggio, chiarendo che il Legislatore, introducendo l’art. 648-ter.1 c.p., abbia voluto punire soltanto quella condotta dotata di particolare capacità dissimulatoria, ossia “idonea a fare ritenere che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto effettuare un impiego di qualsiasi tipo ma sempre finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto”; ragion per cui l’ipotesi in questione non perfezionava il delitto di autoriciclaggio dato che non era stato attuato alcun reale nascondimento.

Si invita, infine, a tenere sempre ben a mente che l’introduzione dell’autoriciclaggio nell’Ordinamento è stata sì una conseguenza della necessità di evitare le operazioni di sostituzione ad opera dell’autore del delitto presupposto, ma che la rilevanza penale delle condotte è stata limitata “ai soli casi di sostituzione che avvengano attraverso la re-immissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita finalizzate appunto ad ottenere un concreto effetto dissimulatorio che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di nascondimento del profitto illecito (e perciò punibile)”.

 

Cassazione Penale – Sez. I – Sentenza n. 18168/2016: la prima pronuncia sulla responsabilità penale dei membri dell’Organismo di Vigilanza

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La I Sezione Penale della Corte di Cassazione si è recentemente pronunciata, con la sentenza n. 18168/2016, sul dibattuto tema della responsabilità penale dei membri dell’O.d.V.

Il processo era scaturito a seguito del verificarsi di un grave infortunio sul lavoro e una delle imputazioni per le quali si procedeva era quella del reato previsto e punito dall’articolo 437 c.p., “Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro” secondo cui “chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.”

Tra i vari imputati sono stati coinvolti i componenti del Consiglio di Amministrazione dell’azienda nonché i membri dell’Organismo di Vigilanza nominato ex D.Lgs. 231/2001.

In particolare al C.d.A. si contestava di non avere adottato tutte le cautele antinfortunistiche obbligatorie per legge, mentre l’O.d.V. era ritenuto responsabile per avere ignorato la reportistica proveniente dal cantiere in cui poi era avvenuto il sinistro omettendo di segnalare agli apicali della società quanto lamentato e non risolvendo, così, le problematiche apprese.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare ha emesso sentenza di non luogo a procedere ritenendo insussistente il fatto contestato per un duplice ordine di motivi. Per prima cosa, le cautele mancanti che avevano causato l’infortunio non devono essere ricondotte alla tipologia di “apparecchi” postulati dall’art. 437 c.p., inoltre a parere del Magistrato non vi sarebbe stata alcuna omissione rilevante – né da parte del C.d.A. né dell’O.d.V. – poiché manca uno specifico dovere giuridico atto a far scaturire l’obbligo di adozione delle cautele in questione ma anche perché esisteva in azienda un dettagliato sistema di deleghe appositamente rilasciate ai direttori responsabili proprio del settore produttivo coinvolto.

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale, non condividendo le argomentazioni del G.U.P., ha proposto ricorso dinnanzi alla Suprema Corte chiedendo l’annullamento della sentenza

La Cassazione ha però rigettato il ricorso ritenendolo infondato per diverse ragioni.

In effetti, tra le varie problematiche sulle quali gli Ermellini hanno dibattono, viene anche affrontano – per la prima volta – il tema della configurabilità di una responsabilità penale per membri dell’Organismo di Vigilanza.

Ecco, la Suprema Corte esclude questa possibilità.

Infatti, nel caso di specie, dopo avere escluso una responsabilità penale per il C.d.A. dal momento che nel corso del processo di merito era chiaramente emerso che i componenti dell’O.d.V. “nulla avevano riferito ai membri del Consiglio di Amministrazione” e, conseguentemente, al C.d.A. non poteva essere imputato il mancato adeguamento a cautele di cui ignoravano l’urgenza, i Giudici negano ogni coinvolgimento di tipo penale anche per l’O.d.V. poiché “il ricorso non precisa quali fossero la carenze e le manchevolezze che sarebbero state dolosamente ignorate dai membri dell’Organismo di Vigilanza”, né tanto meno collega tali mancanze ai fattori scatenanti l’infortunio.

Infine, affidandosi anche ad un principio di buon senso, i Supremi Giudici ricordano che comunque i compiti del C.d.A. ed il ruolo dell’O.d.V. non possono estendersi sino alla singola operazione pratica.

Cassazione Penale – Sez. V – Ordinanza n. 676/2016: rimessa alle SS. UU. la questione sul rilievo penale delle valutazioni in tema di falso in bilancio.

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La V Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione, con ordinanza del 2 marzo 2016, ha rimesso alle Sezioni Unite il seguente quesito: «se la modifica dell’art. 2621 c.c. per effetto dell’art. 9 della l. n. 69/2015 nella parte in cui, disciplinando ‘le false comunicazioni sociali’, non ha riportato l’inciso ‘ancorché oggetto di valutazioni’, abbia determinato o meno un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie».

Com’è noto infatti, il legislatore con la Legge n. 69/2015 è intervenuto in materia di false comunicazioni sociali e, tra le altre cose, ha eliminato dall´articolo 2621 c.c. l´espressione «ancorché oggetto di valutazioni».

Tale innovazione normativa ha da subito diviso dottrina e giurisprudenza facendo scaturire due orientamenti contrastanti e ben distinti, peraltro tutt’altro che uniformi.

Da un lato, alcuni – fornendo una analisi strettamente letterale della norma – considerano che la nuova dicitura «fatti materiali non rispondenti al vero», in sostituzione del previgente «fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni», sia da interpretare come la volontà del legislatore di escludere una qualche rilevanza penale ai falsi valutativi.

Secondo coloro che, invece, danno una lettura più sistematica della disciplina, le valutazioni continuerebbero a ricadere nella fattispecie penale.

È evidente che non si tratti di una semplice diatriba tra studiosi del diritto, bensì di un’interpretazione con rilevanti risvolti applicativi.

L´udienza delle Sezioni Unite, coinvolte per dirimere l’acceso contrasto, si terrà il prossimo 31 marzo.

 

 

Cassazione Penale – Sez. III – Sentenza n. 32337/2015: il mancato versamento delle ritenute previdenziali, anche se inferiore a 10 mila euro, resta reato

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Con la legge 28 aprile 2014, n. 67 in tema di “Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili”, il Governo è stato incaricato di adottare idonei provvedimenti normativi in riforma della disciplina sanzionatoria di alcuni reati.

In particolare, all’art. 2 si precisa – tra le altre cose – che la riforma della disciplina sanzionatoria deve trasformare in illecito amministrativo il reato di cui all’art. 2, comma I bis, del D.lg. 12 settembre 1983, n. 463, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, purché l’omesso versamento non ecceda il limite complessivo di 10.000 euro annui e preservando comunque il principio per cui il datore di lavoro non risponde a titolo di illecito amministrativo, se provvede al versamento entro il termine di tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione.

Ora, recentemente – in netto contrasto con le disposizioni della Legge n. 67/2014 e con le precedenti sentenze di merito – è intervenuta sul punto la Suprema Corte di Cassazione, III Sezione Penale, con la Sentenza n. 32337 del 23 luglio 2015 statuendo che il mancato versamento delle dovute ritenute previdenziali attualmente integra ancora una fattispecie penalmente rilevante anche nel caso in cui il debito non sia superiore ad euro 10.000.

Infatti, a dire degli Ermellini quanto previsto dalla citata norma non andrebbe ad oggi applicato poiché il Governo non si sarebbe ancora attivato con i necessari decreti attuativi.

Dunque, con questa decisione, la Corte – in accoglimento del ricorso presentato dalla Procura della Repubblica di Firenze – ha condannato l’imputato che invece era stato assolto sia in primo che in secondo grado.

In particolare, la Corte ha precisato che il legislatore non ha immediatamente depenalizzato il reato de quo, ma ha semplicemente incaricato il governo di un potere legislativo ad oggi ancora non esercitato.

Cassazione Penale – Sez. III. – Sentenza n. 15449/2015 – La nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto prevista dall’art. 131 bis c.p., recentemente introdotto dal d.lgs. n. 28/2015, è retroattiva ed è quindi applicabile anche ai procedimenti in corso. Primo intervento in materia di reati tributari

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A pochi giorni dall’entrata in vigore della nuova causa di non punibilità per tenuità del fatto prevista dall’art. 131 bis c.p., recentemente introdotto dal d.lgs. n. 28/2015, è già intervenuta la Suprema Corte di Cassazione che, sollecitata dalla difesa dell’imputato, ha definito i margini applicativi dell’istituto.

Ha nettamente statuito che la disciplina dell’art. 131 bis c.p. sia retroattiva e sia, quindi, applicabile anche ai procedimenti in corso.

Tuttavia, la III Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito – con la sentenza n. 15449/2015, primissima pronuncia sul punto –  che non vada estesa a quanti si siano sottratti in maniera fraudolenta al pagamento delle imposte.

Gli Ermellini hanno infatti respinto il ricorso presentato dalla difesa di un imputato che era stato condannato dalla Corte di Appello di Milano per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte previsto e punto dall’art. 11 del D.lgs. n. 74/2000.

Effettivamente era emerso che l’imputato, in veste di socio accomandatario e liquidatore di una società in accomandita semplice, aveva costituito un trust per rendere inefficace ed ostacolare la procedura di riscossione coattiva delle imposte dirette e sul valore aggiunto per un valore di circa 500.000 euro.

Attraverso la costituzione del trust, infatti, l’imputato aveva trasferito a sé stesso come trustee l’intero patrimonio attivo e passivo della s.a.s. e, dunque, disponente e trustee facevano di fatto capo alla medesima persona.

Inoltre, non solo la dichiarata finalità liquidatoria indicata nell’atto costitutivo del trust non era mai stata comunicata ai creditori sociali, ma soprattutto il trust che formalmente era stato appunto creato per soddisfare i creditori si evidenziava in tutta la sua inutilità poiché, in caso di liquidazione, i creditori avrebbero potuto trovare soddisfazione sul patrimonio sociale, nel caso in cui fosse stato sufficiente, o fare ricorso alle procedure concorsuali di tipo fallimentare, se insufficiente.

A ciò si aggiunga che nel caso di specie non vi era traccia di alcun tipo di comportamento concludente, volto ad esempio al pagamento anche parziale delle imposte.

Quindi, i giudici di merito non avevano dubitato circa la legittimità del trust, bensì avevano contestato lo scopo fraudolento della sua costituzione, rinvenendo come unica finalità dell’operazione il tentativo di sottrarre il patrimonio alla procedura coattiva.

In udienza, davanti alla Corte Cassazione, la difesa dell’imputato aveva poi richiesto che venisse applicato al caso sottoposto il nuovo articolo 131 bis del Codice Penale introdotto dal decreto legislativo n. 28 del 2015.

Il Decreto, che non contiene una disciplina transitoria, risulterebbe quindi sottoposto alla normale lettura gerarchica delle fonti in relazione ai principi generali dell’ordinamento penale, quali ad ed esempio il favor rei statuito all’art. 2, IV comma c.p.

Quindi, secondo i Supremi Giudici la nuova disposizione è applicabile anche ai procedimenti di merito in corso al momento dell’entrata in vigore della suddetta normativa.

Ma non solo.

La questione giuridica sollevata è stata ritenuta correttamente proposta anche in sede di legittimità poiché, in conformità con il disposto dell’art. 609, II comma c.p.p., la difesa dell’imputato non avrebbe potuto dedurre in appello tale richiesta dal momento che la norma è entrata in vigore solo il 2 Aprile.

Tuttavia, la Suprema Corte ricorda che per una corretta applicazione dell’art. 131 bis c.p. sia imprescindibile la verifica della sussistenza dei requisiti postulati.

Sicuramente il primo accertamento, riguarda l’entità della pena del reato che, se detentiva non deve essere superiore nel massimo a 5 anni.

Verificato il rispetto dei limiti della pena, è poi doveroso approfondire i due requisiti di merito postulati dalla norma: la particolare tenuità dell’offesa e la non abitualità del comportamento.

In relazione al primo criterio, la Corte precisa che tale indice si articola, secondo quanto espressamente definito ed indicato dalla relazione di accompagnamento al decreto legislativo, in due sotto requisiti che sono la modalità della condotta e, in ragione della natura del reato, l’esiguità del danno o la scarsa gravità del pericolo; tali elementi devono essere valutati secondo il disposto di cui all’art. 133 c.p.

Nel caso espressamente analizzato, la fattispecie criminosa risponde certamente ai limiti di pena indicati nell’art. 131 bis, I comma c.p. ma la Suprema Corte afferma che la causa di non punibilità non sia applicabile perché non sono rinvenibili gli altri due requisiti.

Infatti, “nel provvedimento impugnato emergono plurimi dati chiaramente indicativi di un apprezzamento sulla gravità dei fatti addebitati” al ricorrente.

15449_04_2015