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Studio Legale Silvestri | commercialista

Commissione Tributaria Provinciale di Milano – Sez. XXV – Sentenza n. 3222/2015 – dichiarata la nullità di un avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario con incarichi dirigenziali senza concorso pubblico

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Com’è noto, con la recente pronuncia n. 37/2015 (Corte-Costituzionale-sentenza-37-2015-Agenzia-Entrate), la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimi gli artt. 8, comma 24 del D.L. n. 16/2012, 1, comma 14 del D.L. n. 150/2013 ed 1, comma 8 del D.L. n. 192/2014 per violazione dell’art. 97 della Costituzione che prevede, salvo i casi eccezionalmente stabiliti dalla legge, l’obbligatorietà di accedere agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni per concorso.

Tale provvedimento interessa circa 800 funzionari dell’Agenzia delle Entrate che hanno assunto un incarico dirigenziale senza fare il necessario concorso previsto ex lege.

Proprio sulla scia di tale sentenza, si è inserita la Commissione Tributaria Provinciale di Milano che, si è pronunciata dichiarando la nullità di un avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario cui erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza però aver superato il necessario concorso pubblico.

La questione aveva preso le mosse da un ricorso presentato avverso un avviso di accertamento ai fini Irpef, Irap e Iva e, tra i vari vizi dedotti, era stata evidenziata proprio la questione di nullità dell’atto ritenuto irregolare, in quanto sottoscritto da un soggetto a ciò non abilitato.

La CTP ha ritenuto, quale elemento idoneo a dimostrare la nullità dell’atto, l’illegittima sottoscrizione apposta in calce allo stesso.

In effetti, com’è noto, il D.P.R. n. 600/73 – c.d. testo unico sulle imposte sui redditi – prevede all’art. 42 che gli avvisi di accertamento debbano essere sottoscritti, a pena di nullità, dal un dirigente o da un soggetto delegato dal dirigente.

Nel caso di specie, l’avviso era stato firmato da un funzionario presumibilmente delegato in tal senso dal direttore provinciale.

Il ricorrente aveva quindi richiesto in giudizio che l’ufficio fornisse la prova dell’esistenza non solo del conferimento di tale delega ma soprattutto della legittimità della carriera direttiva.

L’ufficio aveva depositato la delega, ma non era riuscito a dare dimostrazione della carriera direttiva anzi era emerso che al firmatario erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza concorso pubblico.

La commissione ha accolto quindi il ricorso, costituendo così un primo importante precedente ed aprendo la strada ad altri ricorsi probabilmente anche di chi magari abbia anche una rateizzazione in corso.

CTP Milano, sez. XXV, sentenza 31 marzo 10 aprile 2015, n. 3222

Cassazione Penale – III Sez. – Sentenza n. 39873 del 26 settembre 2013 – Reati Tributari: La responsabilità penale del commercialista nel reato di “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” ex art. 2 D.Lgs. n. 74/2000

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Con Sentenza n. 39873 del 26/09/2013 la Suprema Corte di Cassazione ha condannato, in ordine al reato di “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” di cui all’art. 2 D.Lgs. n. 74/2000, il commercialista di una società cooperativa per avere indicato nei bilanci e nelle dichiarazioni fiscali elementi passivi fittizi, avvalendosi di fatture relative ad operazioni inesistenti effettuate da società c.d. “cartiere”.

Con detta pronuncia gli Ermellini hanno dedotto, nel caso concreto, la sussistenza dell’elemento psicologico del reato dalla circostanza che il commercialista si fosse personalmente occupato della redazione dei documenti contabili della cooperativa di cui era stato consulente.

Il professionista, a dire della Corte, conosceva perfettamente la natura di mere “cartiere” delle due società emittenti le fatture per operazioni inesistenti: le stesse, infatti, non erano titolari di alcun contratto con lavoratori dipendenti, non possedevano un capannone o un magazzino, non avevano provveduto all’acquisto di apparecchiature e macchinari idonei allo svolgimento della propria attività, non risultavano essere titolari di utenze elettriche e telefoniche, né, infine, possedevano una documentazione bancaria comprovante un’effettiva movimentazione economica.

Tale consapevolezza, peraltro, discendeva anche dall’aver l’imputato rivestito il ruolo di Presidente del Collegio Sindacale in una delle due società.

Infine, la Suprema Corte, concludendo sul punto, ha sottolineato che peraltro le fatture emesse “già in sé stesse, erano oggettivamente tali da indurre sospetto in un commercialista appena avveduto, poiché in esse le attività fornite, a fronte di importi considerevoli, erano solo genericamente descritte”.