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Studio Legale Silvestri | corte costituzionale

30 Maggio 2016 – Roma, Sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili – “IL RUOLO DELLE SENTENZE DELLA CORTE DI GIUTIZIA E DELLE ALTRE CORTI SOVRANAZIONALI NEL DIRITTO TRIBUTARIO E NE DIRITTO PENALE TRIBUTARIO”

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L’Avv. Serena Silvestri, membro del Centro di Diritto Penale Tributario, annuncia che il 30 maggio 2016 – dalle ore 14.30 alle ore 19.00 – si terrà, presso la sede dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Roma, Piazzale delle Belle Arti n. 2 l’evento in tema di “Il Ruolo delle sentenze della Corte di Giustizia e delle altre Corti Sovranazionali nel Diritto Tributario e nel Diritto Penale Tributario”.

Il convegno è gratuito ed è stato accreditato ai fini della formazione professionale sia dall’Ordine degli Avvocati di Roma che dall’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.

Gli avvocati che intendono partecipare potranno iscriversi inviando un’email a info@silvestristudiolegale.it.

Brochure

 

Corte Costituzionale – Sentenza n. 228/2014 – Incostituzionale l’applicazione dell’art. 32, comma 1, numero 2) del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, così come modificato dall’art. 1, comma 402, lettera A), numero 1), della Legge n. 311/2004: è incostituzionale applicare la “presunzione di maggior reddito” ai liberi professionisti:

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La Commissione tributaria regionale per il Lazio ha promosso questione di costituzionalità circa la legittimità di applicazione dell’art. 32, comma 1, numero 2) del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, così come modificato dall’art. 1, comma 402, lettera A), numero 1), della Legge n. 311/2004 anche ai liberi professionisti e non solo ai titolari di reddito d’impresa.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 228 del 06 ottobre 2014 ha dichiarato incostituzionale l’applicazione dell’art. 32, comma 1, numero 2) del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, così come modificato dall’art. 1, comma 402, lettera A), numero 1), della Legge n. 311/2004 ai liberi professionisti.

Come noto, infatti, l’art. 32 cit. al comma 1, numero 2), come modificato dall’art. 1 della Legge n. 311/2004, prevede che “i dati ed elementi attinenti ai rapporti ed alle operazioni acquisiti e rilevati rispettivamente a norma del numero 7) e dell’articolo 33, secondo e terzo comma, o acquisiti ai sensi dell’articolo 18 comma 3, lettera b), del decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti previsti dagli artt. 38, 39, 40 e 41 se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine; alle stesse condizioni sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempre che non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni.”

Quindi, l’art. 1 della Legge n. 311/2004, che originariamente riguardava solo gli imprenditori in quanto era limitata ai “ricavi” ha coinvolto i lavoratori autonomi riferendosi anche ai “compensi”. Per tale ragione, è stata estesa ai liberi professionisti la presunzione, sulla quale fondare gli accertamenti sul reddito, in base alla quale le somme prelevate e/o versate dal conto corrente costituiscono compensi assoggettabili a tassazione quando non sono annotate nelle scritture contabili e non sono indicati i soggetti beneficiari dei pagamenti.

Tuttavia, la Corte Costituzionale, pur dando atto di tale modifica normativa e pur comprendendo le ragioni poste alla base dell’estensione, ha evidenziato alcune rilevanti differenze che di fatto devono vietarla.

Preliminarmente, a parere del Giudice delle Leggi, vi è violazione degli artt. 3 e 53 della Costituzione laddove si estende l’inversione dell’onere della prova ai compensi dei liberi professionisti poiché, nel caso di reddito prodotto da lavoro autonomo, non sono sempre ipotizzabili i rapporti presuntivi tra costi e ricavi che invece sono tipici del reddito d’impresa.

Inoltre, estendendo tale normativa anche ai liberi professionisti, si andrebbero a violare gli artt. 24 e 111 della Costituzione poiché si procederebbe di fatto ad una applicazione retroattiva della norma agli anni di imposta o in corso o anteriori rispetto all’entrata in vigore della Legge n. 311/2004, obbligando i lavoratori autonomi, in violazione del principio del contradittorio, ad assolvere ad un onere probatorio imprevedibile ed impossibile da assolvere.

Dunque, la Corte Costituzionale, pur riconoscendo alcune affinità tra l’imprenditore ed il lavoratore autonomo ha ribadito che le due figure non vadano equiparate circa l’applicazione della su citata presunzione secondo la quale il prelevamento dal conto bancario deve corrispondere necessariamente ad un costo a sua volta produttivo di un ricavo.

Infatti, a parere della Corte, il lavoro autonomo è caratterizzato principalmente da attività di tipo intellettuale ed ha un apparato organizzativo del tutto marginale.

Ed inoltre, proprio in ragione del fatto che molti liberi professionisti si avvalgono di sistemi di contabilità semplificata che inevitabilmente portano ad una promiscuità delle entrate e delle uscite che rende difficoltosa una netta distinzione tra ciò che può essere ricondotto all’area professionale e ciò che invece attiene alla sfera personale.

Quindi, alla luce di tali argomentazioni, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 32, comma 1, numero 2), secondo periodo, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi), come modificato dall’art. 1, comma 402, lettera a), numero 1), della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria 2005), limitatamente alle parole «o compensi», statuendo che “la presunzione è lesiva del principio di ragionevolezza nonché della capacità contributiva, essendo arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito”.

 

Corte Costituzionale – Sentenza n. 80 dell’8 aprile 2014 – Illegittimità costituzionale delle soglie di punibilità individuate dall’art. 10-ter del D.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 in materia di omesso versamento IVA, in relazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 80 dell’8 aprile 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter del D.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, nella parte in cui, in relazione ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, per importi non superiori ad euro 103.291,38, per ogni periodo d’imposta.

Il Tribunale di Bergamo, con l’ordinanza del 17 settembre 2013, ha sollevato la questione al Giudice delle Leggi rinvenendo nell’art. 10-ter un contrasto con l’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui prevede, in caso di omesso versamento dell’IVA, una soglia di punibilità inferiore rispetto a quelle previste dagli artt. 4 e 5 del medesimo decreto legislativo per la dichiarazione infedele e per l’omessa dichiarazione, prima delle modifiche apportate dal D.L. n. 138/2011.

A parere del Giudice di merito, infatti, la norma violerebbe il principio di eguaglianza nella parte in cui il contribuente, dopo avere presentato la dichiarazione annuale IVA, ometta poi il versamento dell’imposta. In effetti, in questo caso, applicando la normativa vigente in materia, il contribuente avrebbe di fatto un trattamento differente e peggiorativo rispetto a quello previsto per il contribuente che non presenti proprio la dichiarazione dei redditi o che presenti una dichiarazione infedele.

Secondo i giudici costituzionali “il contribuente che, al fine di evadere l’IVA, presenta una dichiarazione infedele, tesa ad occultare la materia imponibile, o non presenta affatto la dichiarazione, tiene una condotta certamente più “insidiosa” per l’amministrazione finanziaria – in quanto idonea ad ostacolare l’accertamento dell’evasione (e, nel secondo caso, a celare la stessa esistenza di un soggetto di imposta) – rispetto a quella del contribuente che, dopo aver presentato la dichiarazione, omette di versare l’imposta da lui stesso autoliquidata (omissione che può essere dovuta alle più varie ragioni, anche indipendenti da uno specifico intento evasivo, essendo il delitto di cui all’art. 10-ter a dolo generico).

In questo modo, infatti, il contribuente rende la propria inadempienza tributaria palese e immediatamente percepibile dagli organi accertatori: sicché, in sostanza, finisce per essere trattato in modo deteriore chi – coeteris paribus – ha tenuto il comportamento maggiormente meno trasgressivo“.