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Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 1822/2018: sms, messaggistica WhatsApp, conversazioni in chat, e-mail possono avere valenza di prova documentale se già presenti nella memoria del supporto elettronico

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La V Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 1822 del 16 Gennaio 2018, si è pronunciata in merito alla natura giuridica dei più moderni strumenti di comunicazione nonché sul corretto regime da seguire in caso di sequestro.

Nel caso di specie, era stata impugnata dinnanzi alla Corte un’Ordinanza con la quale il Tribunale di Imperia, in veste di giudice del riesame, aveva provveduto a confermare il decreto di sequestro probatorio disposto da un P.M. nell’ambito di un’investigazione in tema di reati fallimentari e avente ad oggetto sia e-mail che sms e messaggi WhatsApp, rinvenuti sullo smartphone del soggetto indagato.

Il ricorrente lamentava il mancato rispetto, in relazione all’acquisizione delle e-mail e della messaggistica, della disciplina prevista in tema di corrispondenza nonché di intercettazioni telefoniche. Inoltre, a dire della difesa, l’acquisizione non era comunque avvenuta in modo proporzionale e adeguato, essendosi proceduto, tramite duplicazione di copia forense, alla integrale acquisizione di tutti i dati archiviati ed anche delle comunicazioni intercorse tra assistito e difensore.

Gli Ermellini hanno rigettato il ricorso statuendo che i dati informatici acquisiti e conservati, nel caso de quo, nella memoria di un telefono cellulare – vadano considerati a tutti gli effetti documenti ex art. 234 c.p.p., ragion per cui, la loro eventuale acquisizione non sarebbe soggetta né alle regole stabilite per la corrispondenza – “la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito (Sez. 3, n. 928 del 25/11/2015, dep. 2016, Giorgi, Rv. 265991)” – né a quelle previste in tema di intercettazioni telefoniche, mancando “la captazione di un flusso di comunicazioni in corso”.

Inoltre, la Corte ha chiarito che l’acquisizione mediante la c.d. “copia forense” dei dati informatici è comunque una modalità atta a proteggere gli interessi dei soggetti coinvolti oltre che a garantire l’integrità del dato acquisito.

Infine, il sequestro anche di documenti non rilevanti o non sequestrabili non invaliderebbe il provvedimento di sequestro.

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Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 13072/2017: il bilancio mendace non può integrare la condotta di bancarotta fraudolenta documentale

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La condotta del reato di bancarotta fraudolenta documentale non può avere ad oggetto il bilancio mendace poiché secondo la Suprema Corte di Cassazione non si tratterebbe né di un “libro” né di una “scrittura contabile” così come invece postulato espressamente dall’art. 216, I comma n. 2 della legge fallimentare.

In effetti, nel caso de quo l’imputato era stato condannato sia dal Giudice di primo grado che dalla Corte d’Appello per bancarotta fraudolenta documentale poiché, quale amministratore unico di una società fallita, aveva reso impossibile la ricostruzione del patrimonio societario attraverso la redazione di un bilancio d’esercizio falso.

La Suprema Corte era poi stata investita della questione dal ricorso dell’imputato che invocava la nullità della sentenza di secondo grado per vizio di motivazione in merito alla richiesta che era stata avanzata ai giudicanti di riqualificare il fatto contestato come falso in bilancio e non bancarotta fraudolenta documentale e di dimostrare, di conseguenza, che quanto posto in essere dal reo fosse stato determinante per il fallimento della società.

Gli Ermellini, accogliendo il ricorso sopra citato, il 6 marzo 2017 con la pronuncia n. 13072 hanno annullato con rinvio la sentenza emessa dalla Corte di Appello.

Secondo la Cassazione, infatti, “il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui all’art. 216 L.F. non può avere ad oggetto il bilancio, non rientrando quest’ultimo nella nozione di <libri> e <scritture contabili> prevista dalla norma di cui all’art. 216, comma 1°, n. 2. L.F., posto che l’art. 2214 c.c. – che è la norma che dà contenuto all’art. 216 L.F.- menziona, al comma 1°, tra i libri obbligatori, quello giornale e quello degli inventari, mentre, al comma 2°, le altre scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa, da tenere in modo ordinato assieme alle lettere, alle fatture e ai telegrammi sia spediti che ricevuti. Non menziona invece il bilancio che non può certo essere fatto rientrare tra queste ultime, di natura eventuale e condizionata a differenza del bilancio. Il bilancio serve a rappresentare la situazione patrimoniale e finanziaria della società oltre al risultato economico, sicché è da escludere che rientri nel novero rilevante per la L. Fall., art. 216.”.

Cassazione Penale – V Sez. – Sentenza n. 49789 del 10 dicembre 2013 – Reati societari e Reati fallimentari: può sussistere concorso di reati tra il delitto di omesso deposito dei bilanci e delle scritture contabili della società e la bancarotta documentale

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La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 49789/2013, ha rigettato il ricorso presentato degli amministratori di fatto e di diritto di una società in accomandita semplice dichiarata fallita.

Gli Ermellini hanno chiarito che l’obbligo di deposito delle scritture contabili vada considerato inesigibile ogni qualvolta la bancarotta documentale, semplice o patrimoniale, si concretizzi nella omessa tenuta, nella distruzione o nella sottrazione delle scritture contabili.

Invece, nel caso in cui i libri dell’azienda siano stati tenuti in maniera irregolare o incompleta, la Corte ha stabilito che il mancato deposito delle scritture contabili può concorrere con i reato di bancarotta documentale.

Infatti, “il reato di inosservanza dell’obbligo di deposito delle scritture contabili previsto dagli articoli 220 e 16 n. 3, R.D. 16 marzo 1942 n. 267, concorre con quelli di bancarotta semplice documentale, di cui all’art. 217, co, 2, I. fall., e di bancarotta fraudolenta documentale, di cui all’art. 216, co. 1, n. 2), I. fall., tutte le volte in cui la condotta di bancarotta non consista nella sottrazione, nella distruzione ovvero nella mancata tenuta delle scritture contabili, ma nella tenuta irregolare o incompleta delle stesse ovvero in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari”.

sentenza

approfondisci l’argomento leggendo l’articolo:

http://www.giurisprudenzapenale.com/puo-sussistere-concorso-tra-il-delitto-di-omesso-deposito-delle-scritture-contabili-e-la-bancarotta-documentale/

 

 

È online sulla Rivista “Filodiritto” la Nota a Cassazione Penale – Sez. VI – Sentenza n. 24493 del 5 giugno 2013, dal titolo “Bancarotta fraudolenta patrimoniale distrattiva post fallimentare: somme complessivamente eccedenti i limiti stabiliti dal giudice delegato”

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L’intervento riguarda l’annosa questione relativa all’integrazione del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale distrattiva post fallimentare delle somme pervenute al fallito per l’attività esercitata successivamente alla dichiarazione di fallimento, qualora dette somme superino i limiti determinati dal giudice delegato per il mantenimento dell’imprenditore fallito e della sua famiglia, ex art. 46, co. 1 n. 2, ed ult. co., della Legge Fallimentare.

La nota è disponibile al seguente link: http://www.filodiritto.com/bancarotta-fraudolenta-patrimoniale-distrattiva-post-fallimentare-somme-complessivamente-eccedenti-i-limiti-stabiliti-dal-giudice-delegato/#.UmEPHhAqyVE

Cassazione Penale – Sez. V – Sentenza n. 41324 del 7 ottobre 2013: Reati fallimentari. Responsabile di bancarotta fraudolenta l’Amministratore Unico che si fa carico delle spese necessarie per i lavori di adattamento dei locali della società, poi fallita dopo 4 anni, anche nel caso in cui la restituzione delle somme sia stata deliberata dall’assemblea.

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Secondo la Suprema Corte di Cassazione è responsabile del reato di bancarotta fraudolenta impropria patrimoniale e documentale prefallimentare l’Amministratore Unico di una S.r.l. nel caso in cui, dall’analisi delle delibere dell’assemblea dei soci, risulti che lo stesso si sia fatto carico di spese effettuate in favore della società, simulando invece una reale condotta distrattiva.

Ad avviso dei Giudici del Palazzaccio, infatti, la delibera dell’assemblea della società, con cui era stata disposta la restituzione all’Amministratore Unico di alcune somme che questi avrebbe anticipato per effettuare dei lavori di adattamento dei locali aziendali, appariva comunque priva di riscontri documentali idonei a dimostrare che i costi sostenuti erano congrui con il volume d’affari dichiarato.

Quindi, la Suprema Corte, conformemente alla pronuncia del giudice di merito, ha ritenuto illegittima la delibera assembleare non solo perché sarebbe stata assunta in conflitto di interessi dall’imputato e dal socio ma anche perché avrebbe di fatto legittimato un’attività distrattiva fornendone una formale copertura.

Nessuna rilevanza è stata riconosciuta alla circostanza che il fallimento sarebbe avvenuto a distanza di anni.

Infatti, secondo i Giudicanti, la bancarotta fraudolenta per distrazione non solo è un reato di pericolo che punisce anche le condotte solo potenzialmente idonee a porre in pericolo i creditori, ma anche in ragione del fatto che è un delitto a dolo generico per la cui sussistenza è sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa senza necessariamente avere la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa o di arrecare pregiudizio ai creditori